
Il braccialetto conta ogni passo. Ma un cammino di 2,4 metri prevedeva un po’ meglio la sopravvivenza
- Studio osservazionale
- 4.067 partecipanti allo studio Whitehall II
- mediana di 11,8 anni
Da una parte, un infermiere che cronometra il tempo impiegato a percorrere 2,44 metri. Dall’altra, un accelerometro al polso indossato per nove giorni, che registra la cadenza, cioè i passi al minuto, nella vita quotidiana. Quale misura dice di più sulla sopravvivenza?
Il confronto ha coinvolto 4.067 partecipanti allo studio Whitehall II, con età media di 69,3 anni. Sono stati seguiti dal 2012–2013 per una mediana di 11,8 anni; 739 sono morti.
Una maggiore velocità nel test, una cadenza quotidiana tipica più alta e una cadenza di picco più alta erano tutte associate a una mortalità inferiore, tenendo conto di altri fattori. Le tre misure ordinavano le persone per rischio in modo simile. Solo il test cronometrato migliorava però significativamente la previsione oltre i fattori di rischio abituali: l’indice C, che indica quanto bene un modello distingue le persone in base al rischio, passava da 0,742 a 0,747.
Il miglioramento era piccolo. Anche la concordanza tra i due modi di misurare il cammino era debole, con correlazioni intorno a 0,27–0,28. Camminare intenzionalmente sotto osservazione e camminare nella vita quotidiana sembrano descrivere aspetti diversi della mobilità. Un commento pubblicato insieme allo studio proponeva la velocità nel test come prima misura, con i dati del polso come secondo livello.
È uno studio osservazionale: non dimostra che camminare più velocemente cambi le probabilità di sopravvivenza. I partecipanti erano in prevalenza bianchi (92,5%) e uomini (74,4%). Chi aveva indossato l’accelerometro era più sano dell’intero gruppo, e mancava un insieme di dati esterno per la validazione. Non esiste ancora un metodo condiviso per misurare la cadenza dal polso. Una misura migliore potrebbe ridurre il divario?
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Fonti
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