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Reference Range WeeklyNumero 4
Cellule adipose color ambra si fondono con una rete ramificata di vasi blu, su uno sfondo morbido e materico di fibre e piccole cellule.

In una regione degli Stati Uniti aumentano gli ictus nei giovani adulti. Le cause restano da chiarire

Diversi studi di questa settimana mettono alla prova categorie familiari: una malattia della vecchiaia, un organo ormai inattivo, alimenti considerati poco sani. Alcune reggono al confronto con i numeri. Altre finiscono per nascondere storie molto diverse.

  • Studio osservazionale
  • 2.076 primi ictus in adulti tra 20 e 54 anni

Tra il 1993 e il 2020, nell’area di Cincinnati il tasso di primo ictus tra i 20 e i 54 anni è salito da 33,9 a 62,2 casi ogni 100.000 anni-persona. Un anno-persona corrisponde a una persona seguita per un anno: il dato equivale quindi, all’incirca, a un tasso annuo ogni 100.000 persone. Nello stesso periodo, tra gli adulti più anziani il tasso è sceso da 618,8 a 453,0.

Gli anziani continuano ad avere molti più ictus. Le due tendenze, però, vanno in direzioni opposte.

Gran parte dell’aumento riguarda gli ictus ischemici, causati dall’ostruzione di un vaso sanguigno, passati da 23,8 a 47,3 casi ogni 100.000. Tra i pazienti più giovani è invece diminuita la probabilità di morire entro un mese dall’ictus: dall’11,7% al 9,4% nel 2020.

I ricercatori hanno esaminato le caratteristiche dei pazienti. Ipertensione, diabete e fibrillazione atriale, un’alterazione del ritmo cardiaco, erano diventati tutti più frequenti tra i giovani colpiti da ictus. L’uso di sostanze era salito dal 4,6% al 40,2% dei pazienti, soprattutto in relazione alla marijuana.

Quest’ultimo dato si presta a interpretazioni eccessive. Lo studio ha contato i fattori di rischio soltanto nelle persone che avevano avuto un ictus, senza un gruppo di confronto che non ne avesse avuti. Non può quindi stabilire quale cambiamento abbia determinato l’aumento. Inoltre, i dati provengono da appena cinque contee e potrebbero non rispecchiare l’andamento nazionale. Quali di questi cambiamenti contribuiscano al danno resta da capire.

Leggi la fonte originale · Neurology

Pubblicato il 17 ottobre 2026

  • Studio osservazionale
  • 461.682 adulti tra 50 e 71 anni
  • mediana di 18,8 anni

Se gli alimenti ultraprocessati aumentano il rischio di tumore del colon-retto, uno studio su 461.682 persone seguite per una mediana di 18,8 anni dovrebbe essere adatto a rilevarlo. Nel complesso, il legame non è emerso. Tra gli adulti statunitensi di 50–71 anni dello studio NIH-AARP, il quinto che ne consumava di più aveva un tasso di tumore del colon-retto simile al quinto che ne consumava di meno, su un totale di 10.075 casi.

L’etichetta comprende prodotti molto diversi, dai cereali per la colazione agli hot dog. Separandoli, i ricercatori hanno trovato associazioni di segno opposto. I prodotti ricostituiti a base di carne e pesce erano associati a un rischio superiore di circa il 10%; i cereali per la colazione a un rischio inferiore del 16% e il pane del 9%. Anche fibre e calcio provenienti da fonti ultraprocessate erano associati a un rischio minore: del 28% per ogni 10 grammi aggiuntivi di fibre al giorno e del 23% per ogni 300 milligrammi di calcio.

Contava anche la qualità complessiva della dieta. Rispetto a chi mangiava bene e consumava pochi ultraprocessati, chi aveva una dieta di scarsa qualità presentava un rischio superiore del 22% nel gruppo con il consumo più alto e del 28% nel secondo gruppo per consumo più basso. La scarsa qualità della dieta si accompagnava quindi a un rischio maggiore anche con un consumo relativamente basso di ultraprocessati.

Restano lacune concrete. La dieta era stata dichiarata una sola volta, nel 1995–1996, da statunitensi perlopiù bianchi e di età avanzata; l’offerta alimentare di oggi è diversa. Classificare i singoli alimenti come ultraprocessati può introdurre errori e non è stato possibile studiare gli additivi. Con tanti confronti secondari, alcune differenze potrebbero dipendere dal caso. I risultati richiamano l’attenzione sul contenuto degli alimenti più che sulla lavorazione, ma uno studio osservazionale può suggerire questa interpretazione senza dimostrarla.

Leggi la fonte originale · PLOS Medicine
  • Studio randomizzato
  • 11.945 adulti di almeno 65 anni

Nessun nuovo farmaco né sensore indossabile. Lo studio eSTEPS ha valutato un promemoria nella cartella clinica elettronica, visibile al medico senza interrompere la visita. Facilitava la prescrizione di esercizi di forza ed equilibrio adattati al paziente, l’invio alla fisioterapia e la consegna di materiale informativo.

L’analisi comprendeva 22 ambulatori di medicina di base del sistema Mass General Brigham, assegnati ai gruppi in coppie abbinate, e 11.945 persone di almeno 65 anni risultate a rischio di caduta. Il monitoraggio è durato da 12 a 23 mesi. Dopo gli aggiustamenti statistici, il tasso di pazienti con almeno una caduta registrata era di 19,3 ogni 100 anni-persona negli ambulatori con il promemoria, contro 21,2 negli altri: circa il 9% in meno. Anche le lesioni da caduta erano leggermente meno frequenti, mentre la mortalità non differiva.

Colpisce quanto fosse limitata la diffusione della prescrizione: soltanto il 22,1% dei pazienti degli ambulatori con il promemoria aveva ricevuto esercizi prescritti. Non si sa quanti li abbiano poi svolti.

Anche il conteggio è imperfetto. Le cadute erano ricavate dai codici diagnostici, che ne perdono molte. Gli ambulatori con il promemoria differivano dagli altri già all’inizio e, prima degli aggiustamenti statistici, soltanto le cadute riferite dai pazienti mostravano una riduzione significativa. Lo studio si è svolto in un unico sistema sanitario, con una sola piattaforma per le cartelle cliniche. Resta da capire cosa potrebbe ottenere una modifica così piccola se la prescrizione raggiungesse ben più di un paziente su cinque.

Leggi la fonte originale · JAMA Network Open
  • Studio su animali o in laboratorio
  • campioni di tessuto di 28 donne in postmenopausa

Che cosa fa un ovaio a 25 anni dalla menopausa? Di solito si presume ben poco. Una volta esauriti gli ovociti e cessati i cicli ormonali, il tessuto viene spesso considerato inattivo.

Ricercatori della Northwestern University e del Buck Institute lo hanno osservato più da vicino. Hanno misurato 5.812 gruppi di proteine in tessuto ovarico normale di 28 donne in postmenopausa, tra i 50 e i 75 anni. Le proteine svolgono gran parte del lavoro nei tessuti: la loro composizione offre quindi un’indicazione approssimativa dell’attività in corso.

La composizione cambiava con l’età. Nelle donne sulla cinquantina erano più abbondanti le proteine strutturali, che sostengono il tessuto. Dai 70 anni in poi aumentavano quelle legate a infiammazione, attività immunitaria e degradazione del tessuto. Alcune caratteristiche ricordavano la senescenza cellulare, uno stato in cui le cellule invecchiate smettono di dividersi.

Nelle ovaie più anziane erano più abbondanti anche alcune proteine precedentemente associate al tumore ovarico, sebbene tutti i campioni apparissero normali e privi di tumore. Lo studio non dimostra che l’invecchiamento ovarico causi il cancro e non permette di decidere se rimuovere ovaie sane durante un altro intervento.

Ventotto campioni sono pochi e provengono da donne diverse, di età diverse: sono fotografie separate, non l’osservazione di uno stesso ovaio nel tempo. Lo studio non può neppure dire se questo rimodellamento tardivo sia utile o dannoso per l’organismo.

Leggi la fonte originale · Aging Cell
  • Studio osservazionale
  • 101.243 pazienti di un centro oncologico

Il grasso bruno funziona da riscaldamento per l’organismo: anziché accumulare energia, la consuma per produrre calore. A lungo si è pensato che gli adulti ne avessero pochissimo e per cercarlo di solito serve una scansione dedicata. Un gruppo che pubblica su Nature ha scelto un’altra strada: riutilizzare immagini già presenti nell’archivio di un ospedale.

Il Memorial Sloan Kettering Cancer Center usa la PET-TC per individuare tumori. La componente PET impiega un tracciante che mostra dove i tessuti assorbono zucchero; anche il grasso bruno attivo lo assorbe. I ricercatori hanno raccolto le scansioni di 101.243 pazienti. Circa l’8,8%, cioè 8.897 persone, aveva grasso bruno rilevabile; un metodo assistito dall’intelligenza artificiale ne ha misurato l’attività in 8.709 di questi pazienti.

Hanno poi collegato le immagini alle cartelle cliniche. Tenendo conto di età, sesso, indice di massa corporea, temperatura esterna il giorno della scansione e altri fattori, la presenza di grasso bruno era associata a odds di diabete di tipo 2 inferiori alla metà, con un odds ratio di 0,42. Per la cardiopatia ischemica cronica, in cui le arterie ristrette riducono l’apporto di sangue al cuore, l’odds ratio era 0,53. L’associazione si estendeva agli episodi depressivi, con 0,68, e ai disturbi d’ansia, con 0,78. Su 511 diagnosi esaminate, 98 conservavano un’associazione significativa dopo gli aggiustamenti e 92 erano meno frequenti in chi aveva grasso bruno.

Un indizio inatteso è emerso dagli elenchi dei farmaci: chi assumeva losartan, un comune antipertensivo, aveva più probabilità di avere grasso bruno rilevabile. In cellule coltivate e nei topi, il losartan ne aumentava la produzione di calore. È un motivo per studiare il farmaco, non una dimostrazione di effetti sul grasso bruno umano. Gli esperimenti sui topi impiegavano soltanto maschi e non è stato condotto alcuno studio clinico nell’uomo.

Il disegno ha diversi limiti. Tutti i pazienti provenivano da un solo centro oncologico: il cancro o le cure potrebbero influenzare sia il grasso bruno sia altre diagnosi. Le scansioni non erano state precedute dall’esposizione al freddo, che normalmente ne attiva il metabolismo, e quindi probabilmente non ne rilevavano la presenza in molte persone. Il tracciante misura l’assorbimento di zucchero, che potrebbe non corrispondere alla capacità di produrre calore. Un ricercatore esterno, citato nell’articolo di Nature che accompagna lo studio, ritiene necessari altri lavori per stabilire se il grasso bruno causi questi benefici. Potrebbe semplicemente rimanere più attivo negli organismi più sani: queste scansioni non distinguono le due possibilità.

Leggi la fonte originale · Nature

Altri cinque da leggere

  1. Mangiare di notte e malattie del fegato

    • Studio osservazionale

    Tra quasi 200.000 infermieri e altri professionisti sanitari statunitensi, chi dichiarava di mangiare a tarda notte presentava circa il 20–30% in più di malattie epatiche: un’associazione osservazionale basata su orari riferiti dai partecipanti, senza registrare che cosa mangiassero.

    Oregon Health & Science University
  2. Nel Parkinson, il tempo totale di attività, non solo l’esercizio intenso, era associato a un declino più lento

    • Studio osservazionale
    • 294 persone con Parkinson
    • mediana di 3 anni

    Tra 294 persone con Parkinson, chi era attivo per più di 8 ore settimanali, comprese faccende domestiche e hobby, mostrava un declino motorio e cognitivo più lento; chi ha una malattia meno grave, però, potrebbe semplicemente muoversi di più.

    Neurology
  3. Un’app o pasti a domicilio dopo la sospensione dei farmaci GLP-1

    • Studio randomizzato
    • 39 adulti che hanno sospeso farmaci GLP-1
    • 4 mesi

    In uno studio pilota con 39 persone, un’app per il benessere e pasti adattati alle esigenze cliniche hanno entrambi contenuto l’aumento di peso di circa 7 punti percentuali rispetto alle cure abituali in quattro mesi: una prima prova troppo piccola per dimostrare l’efficacia dei due approcci.

    Obesity Science & Practice
  4. Un enzima che potrebbe aiutare il cervello anziano a resistere alla perdita di memoria

    • Studio su animali o in laboratorio

    Aumentare l’enzima Pla2g2f ha protetto la memoria nei topi anziani; era più abbondante anche in persone anziane rimaste lucide nonostante alterazioni cerebrali tipiche dell’Alzheimer, ma le prove provengono soprattutto dai topi.

    Medical Xpress
  5. La FDA estende l’uso di un farmaco per la vescica sulla base di una forma tumorale correlata

    • Approvazione regolatoria

    La FDA, l’agenzia statunitense dei farmaci, ha esteso Anktiva insieme al BCG al tumore vescicale di alto grado resistente al BCG, con soli tumori papillari e senza invasione muscolare, usando prove relative a una forma correlata invece di presentare risultati nel nuovo gruppo di pazienti.

    U.S. Food and Drug Administration

Molti di questi risultati sono prime osservazioni: una sola regione, un solo centro oncologico, 28 campioni di tessuto. Seguiremo gli studi successivi che potranno verificarli. Alla prossima settimana.

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Fonti

I titoli delle fonti sono riportati nella lingua di pubblicazione.

  1. Clinical Decision Support for Fall Prevention in Primary Care: The eSTEPS Cluster Randomized Clinical Trial · JAMA Network Open
  2. Associations of food processing and dietary risk factors with colorectal cancer incidence in the NIH-AARP Diet and Health Study: A cohort study · PLOS Medicine
  3. Artificial intelligence-enabled clinical phenotyping of human brown fat · Nature
  4. Overlooked brown fat in our bodies linked to wide range of health benefits · Nature
  5. Late-night eating may be bad for your liver, study suggests · Oregon Health & Science University
  6. Preventing Weight Regain After Glucagon-Like Peptide-1 Therapy Discontinuation: A Pilot Randomized Controlled Trial · Obesity Science & Practice
  7. Brain-protective molecule may help preserve memory during aging · Medical Xpress
  8. The Human Ovary Exhibits Dynamic Molecular Remodeling in the Decades Post-Menopause · Aging Cell
  9. Ovaries remain active decades after menopause, study reveals · Medical Xpress
  10. Physical Activity and Motor and Cognitive Progression in Parkinson Disease: A Longitudinal Cohort Study · Neurology
  11. FDA Approves First Treatment for Certain People With BCG-Unresponsive Bladder Cancer · U.S. Food and Drug Administration
  12. Stroke in the Young: Incidence, 30-Day Case Fatality Rates, and Risk Factors Over Time in a Population-Based Study · Neurology
  13. Strokes have nearly doubled among younger adults, and scientists aren't sure why · ScienceDaily

Reference Range Weekly offre informazioni generali. Non fornisce consigli, diagnosi o trattamenti medici.